COMUNICATO STAMPA Ordinanza Sindacale 169/05 Comune di Palermo, sull’esercizio delle attività di commercio ambulante, Giovani Comunisti/e Palermo

L’ordinanza sindacale 169/05 del 3 maggio con la quale il Comune di Palermo restringe gli spazi per l’esercizio delle attività ambulanti è un grave errore politico. In questo primo anno di governo della città sono stati dati importanti segnali di attenzione ai migranti e questa ultima scelta le contraddice gravemente.

Avremmo preferito un confronto nel merito evitando che il tema del decoro urbano fosse legato alla sicurezza, avremmo voluto evitare forme di criminalizzazione del duro lavoro dei commercianti ambulanti, soprattutto perché la questione coinvolge prioritariamente lavoratori immigrati, i quali spesso sono già vittime delle discriminazioni istituzionali di uno Stato che si rivela indirettamente complice di chi fa della clandestinità un’occasione per ottenere lavoratori ricattabili e a basso costo.

Chiediamo che si discuta di una seria regolamentazione del commercio ambulante evitando di alimentare inaccettabili forme di discriminazione; la questione può e deve essere affrontata senza costruire una contrapposizione tra la vivibilità della città e le attività economiche ambulanti.

Negli ultimi anni, la cronaca cittadina ha già tragicamente riportato troppe volte gli esiti di tali politiche miopi e repressive: il caso di Noureddine Adnane, il ventisettenne marocchino, che due anni fa si è dato fuoco per la disperazione dovuta alle vessazioni subite dalla polizia municipale, è solo uno dei casi più tristi di una lunga serie. Da allora si è costituito un osservatorio che prende il suo nome, che, oggi come allora, denuncia l’inammissibilità di ordinanze di questo tipo, le quali tra l’altro sortiscono l’effetto di fare da sponda a chi innalza la bandiera del razzismo e della xenofobia.

Prendiamo atto dell’intenzione di voler spiegare le ragioni di questa scelta incontrando gli ambulanti, così come dichiarato dal sindaco, ma pretendiamo che le aspettative che Orlando ha alimentato attraverso l’istituzione della “Consulta delle culture” e attraverso gli importanti provvedimenti di integrazione, come la cittadinanza onoraria per tutti i cittadini palermitani in possesso di passaporti diversi da quello italiano, abbiano una continuità e non siano contraddetti da ordinanze come questa.

I Giovani Comunisti di Palermo chiedono al sindaco Orlando e alla sua giunta di ascoltare le ragioni degli ambulanti e di ritirare la suddetta ordinanza al fine di avviare un percorso virtuoso che coinvolga tutti i soggetti interessati alla gestione degli spazi da destinare al commercio ambulante, impedendo così che tale questione venga affidata esclusivamente alle forze di polizia, con le conseguenti discriminazioni che ne derivano, soprattutto a danno dei lavoratori immigrati.

 

Giovani Comunisti/e, Federazione di Palermo

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Alberto Burgio – Il voto «utile» e le finte verità.

voto utile voto futile

Il faccione di Pierluigi Bersani si sporge da un manifesto elettorale. «L’Italia giusta dove la politica dice la verità», recita lo slogan. Lo sguardo fiducioso del leader mira a rinsaldare la promessa. Le mani giunte evocano prudentemente un’aura mistica. Il sorriso del buon padre di famiglia rassicura e conforta. Ma lascia trapelare anche un sottinteso beffardo. La «verità»? I suoi rapporti con la politica sono, da sempre, difficili e sarebbe prudente non sbilanciarsi sul punto. Dire la verità non è agevole quando si tratta di tattiche complesse in un ambito altamente aleatorio.
E poi si sa, non tutto è pubblicamente confessabile. Qualche bugia anche il segretario democratico deve pur raccontarla. Per esempio – per stare a questa stagione elettorale – a proposito dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Un giorno ha promesso che lo riporterà allo status quo ante la sua manomissione ad opera del governo Monti, il giorno dopo ha annunciato che invece lo lascerà così com’è. O sulla guerra in Mali, prontamente sostenuta dal governo Monti. Come al solito, Bersani va alla guerra spacciandola per un intervento di polizia internazionale contro il «terrorismo». Ha riprovato pure con la solita storia – vecchia e un po’ indecente – del cosiddetto voto utile. Perché è una bugia anche questa? O meglio, una frode bell’e buona, a danno di una parte di quell’elettorato al quale si dispensano sorrisi a buon mercato? Vediamo.
Com’è noto, il porcellum premia le coalizioni, non solo attribuendo a quella vincente un cospicuo premio di maggioranza (che, nel caso della camera, vale il suo pieno controllo), ma anche dimezzando per le forze coalizzate le soglie di sbarramento. Le coalizioni si formano – in linea di principio – su basi politiche: affinità programmatiche e condivisione di obbiettivi tattici o strategici. Per questo, tra centrosinistra e Rivoluzione civile non si è stretto alcun accordo. Il Pd, azionista di maggioranza del centrosinistra, è stato, insieme al Pdl del nemico Berlusconi, un pilastro del governo «tecnico», e orgogliosamente si proclama guardiano del «rigore» e dell’europeismo. Rivoluzione civile nasce all’insegna della più radicale critica a Monti e al neoliberismo, e vede in quel rigore il fulcro di politiche ingiuste che stanno distruggendo l’economia nazionale. Del resto, a sancire una distanza incolmabile, l’on. Bersani non ha ritenuto nemmeno di rispondere, per declinarlo, al ripetuto invito al confronto rivoltogli da Antonio Ingroia. Si è limitato a bollarne il mittente come «populista di sinistra», tanto per stare al bon ton.
Sin qui, comunque, nulla da eccepire. La lotta politica non è un minuetto, tanto più in campagna elettorale. Qualche rudezza ci sta. Senonché adesso il segretario democratico chiede all’elettorato di Rivoluzione civile di votare per il centrosinistra, nel nome del voto utile. Che significa? E perché questo è, non soltanto un raggiro – una frode, appunto -, ma anche un insulto e un gesto di disprezzo? Bersani dice che è solo matematica: ogni voto sottratto al centrosinistra equivale, nella somma algebrica, a un voto dato al fronte avverso del centrodestra. Questa sarebbe la «verità». Ma è davvero un modo curioso di interpretarla e raccontarla. Senza considerare le implicazioni che tale argomento porta tacitamente con sé.
Intanto, all’elettorato di sinistra, al quale si chiede il voto in ragione della logica frontista, ci si guarda bene dallo spiegare che cosa questo schema suppone. Ci si guarda bene dal dirgli che lo si considera soltanto una forza di complemento, un contenitore di voti, un numero: insomma, un elettorato di serie B, figlio di un dio minore, le cui idee e aspirazioni contano un bel niente. A questo elettorato stanno a cuore cose che il Partito democratico considera irrealizzabili o sbagliate. Il Pd definisce chimere o pure e semplici sciocchezze gli obiettivi elencati nel programma di Rivoluzione civile, e in questi termini si appresta a trattarli domani, quando le urne si saranno chiuse e i giochi saranno stati fatti. Oggi però si fa finta di nulla. Ci si rivolge ammiccanti agli elettori di sinistra, richiamandoli all’esigenza prioritaria di «battere la destra». E le loro convinzioni? Le loro speranze? I loro valori? Valgono meno del due di coppe quando la briscola è bastoni. L’importante è che adesso i loro voti contribuiscano alla vittoria del centrosinistra. Poi chi si è visto si è visto.
Non è questa l’unica astuzia che fa torto alla sincerità sbandierata dal capo del Pd. Anche la storia del pericolo della destra è una discreta presa in giro. Quale destra? Va bene Santoro, va bene la tempra del gran combattente, ma che Berlusconi possa risalire la china e minacciare la vittoria del centrosinistra è palesemente inverosimile. Non siamo più nel 2008, quando Walter Veltroni, inciuciando con il Cavaliere, prima determinò a freddo la caduta di Prodi e la fine anticipata della legislatura (tanto per ricordare chi «responsabilmente» riconsegnò l’Italia alla destra per i peggiori anni della storia repubblicana), poi chiamò tutti a raccolta contro Berlusconi proclamando la vocazione maggioritaria del neonato Pd. Allora qual è oggi il pericolo mortale contro cui si suonano a morto le campane del voto utile? È, meno drammaticamente (e assai meno nobilmente), il rischio che il centrosinistra non conquisti la maggioranza anche al senato e debba quindi andare a patti con un’altra coalizione. La quale però non sarebbe di certo quella capeggiata dal Pdl, bensì l’insieme delle forze centriste raccoltesi intorno all’attuale presidente del consiglio, sino a ieri portato sugli scudi dal Pd, difeso come un eroe nazionale, tenuto in caldo come probabile successore di Napolitano al Quirinale. Forse anche questo il sincero Bersani dovrebbe rispettosamente spiegare alle donne e agli uomini di sinistra di questo paese. I voti dei quali chiede come se fossimo in guerra contro i barbari invasori e vorrebbe invece, senza troppo pudore, incassare per la maggioranza assoluta del proprio partito.
C’è un’ultima questione che merita di essere discussa in relazione alla campagna per il voto utile che, non ne dubitiamo, infurierà senza ritegno sino al 24 febbraio. Qui non si tratta di verità o di bugie, ma “solo” di decenza e di dignità della politica. Ma insomma, è possibile che puntualmente, alla resa dei conti, si ricorra a un argomento che invece di incentrarsi su ciò che si è, si dice e si intende realizzare, fa leva sull’immagine del presunto nemico, su ciò che egli direbbe e minaccerebbe di fare? Sembra che – vagamente consapevoli della propria inconsistenza – i protagonisti della scena politica sappiano dire soltanto, con il poeta, «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». E non si racconti che è un caso se anche questa volta ci si affida a questa nobile arma. È tutt’altro che un caso, per il semplice fatto che scopo fondamentale del bipolarismo, caro al Pd quanto al Pdl, è proprio costringere alcuni elettori (proprio quelli – guarda caso – delle «ali» che il professor Monti oggi, come Massimo D’Alema ieri, desidererebbe tagliare) a rassegnarsi a scegliere il male minore. Che cosa questo significhi in tema di democrazia, quali conseguenze comporti sul terreno della rappresentanza, non è difficile intuirlo. Giacché si intende che con questo sistema molti parlamentari non rappresenterano affatto gli interessi dei propri elettori, ma tutt’al più le loro paure, indotte ad arte dalla propaganda.
Come si diceva, la politica non è un ballo grazioso. Somiglia piuttosto alla guerra, con la quale è, del resto, strettamente imparentata. Non c’è dunque di che scandalizzarsi se nella contesa elettorale si imbracciano armi improprie o si truccano le carte. Se si agitano spettri improbabili, pur di conquistare la maggioranza assoluta dei seggi e poter poi governare senza l’intralcio delle opposizioni. Certo, sarebbe bello se – invece di inondare gli elettori di appelli a «fare fronte» contro un nemico con il quale si ha molto in comune – ciascun partito combattesse a viso aperto nel nome delle proprie idee e dei propri valori, dicendo lealmente come vorrebbe che la società si trasformasse. Ma questo, soprattutto in un paese come il nostro, farebbe saltare in aria la gabbia del bipolarismo, che non per caso piace tanto a entrambi i capi delle coalizioni maggiori. Sì, perché la verità, questa davvero inconfessabile, è che, di là dalle crociate contro avversari dipinti ad hoc come l’incarnazione del demonio, il bipolarismo funziona alla grande nel garantire la «governabilità» proprio perché permette di sterilizzare il parlamento escludendone le sole voci dissonanti. Non sarà propriamente un dispositivo democratico, ma – su questo non ci piove – è utile. Senz’altro molto utile.

Alberto Burgio – il manifesto


 

Lettera aperta dei Giovani Comunisti di Palermo ad Antonio Ingroia

Caro Antonio, ti scriviamo per chiederti di aiutarci a trovare quell’entusiasmo che ha sempre caratterizzato la nostra militanza politica, oggi gravemente compromesso dalla notizia della possibile candidatura di Luigi Li Gotti come capolista al Senato in Sicilia. Abbiamo sempre avuto grande stima e ammirazione per l’alto valore etico e professionale con il quale hai svolto il tuo lavoro come pubblico ministero alla Procura antimafia di Palermo, per questo abbiamo accolto con entusiasmo la tua disponibilità a candidarti. Siamo consapevoli che i comunisti oggi in Italia sono in minoranza culturalmente prima ancora che politicamente e per questo abbiamo assunto con responsabilità la prospettiva di costituire una lista con soggetti differenti, a volte anche profondamente diversi da noi, come è l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. La necessità di compattare le forze a sinistra del Partito Democratico, realmente interessate a contrastare le destre e il governo Monti, uno dei peggiori governi che abbiamo mai vissuto direttamente, ci ha fatto capire che potrebbe essere molto utile rinunciare alla rigidità di alcune nostre posizioni se questo può riportare in Parlamento un’opposizione politicamente riconoscibile e capace di condizionare virtuosamente i prossimi governi. Ma essere pronti al compromesso, non significa essere disponibili ad essere mortificati. La candidatura di Luigi Li Gotti come capolista al Senato in Sicilia è per noi una vera e propria provocazione a causa della sua storia politica dichiaratamente di destra, coerente con le sue scelte politiche opposte alle nostre, come dimostrano le sue posizioni a proposito delle sentenze su quanto è avvenuto al G8 di Genova nel 2001. Lo strumento che abbiamo scelto per fare politica è il Partito della Rifondazione Comunista non certo per caso, ma in virtù delle nostre idee e dei nostri ideali, uniche ed inesauribili cause scatenanti della nostra partecipazione politica. Sai bene che si tratta di idee fortemente propositive e fondate su alcuni valori irrinunciabili, come l’antifascismo appunto. Chiederci di fare campagna elettorale per un ex militante del Movimento Sociale Italiano e successivamente militante attivo di Alleanza Nazionale, significa chiederci di rinunciare alle stesse idee che ci hanno motivato finora. Non conosciamo l’avv. Li Gotti personalmente, né abbiamo mai seguito approfonditamente la sua carriera professionale. Immaginiamo che sia una persona onesta perché siamo certi che questa sia una premessa senza la quale non avresti accettato la sua candidatura. Leggiamo che ha avuto anche un ruolo nella lotta alla mafia, ma è evidente che queste caratteristiche non possono essere sufficienti per fare di lui un nostro rappresentante in Parlamento se poi la cultura politica che esprime è radicalmente alternativa alla nostra. Il nostro partito è frutto della sintesi fra culture politiche differenti che oggi condividono gli stessi riferimenti culturali; da Pio La Torre a Peppino Impastato, tutti i nostri riferimenti politici, esempi storici di lotta alla mafia, sono sempre stati dichiaratamente antifascisti, coerentemente con la nostra Carta Costituzionale. Oggi siamo disponibili ad accettare un passo indietro da parte dei nostri dirigenti, democraticamente eletti nelle nostre organizzazioni, a vantaggio della cosiddetta “società civile”, nominata in modo verticistico e tutt’altro che democratico, perché cogliamo l’aspetto virtuoso di questa scelta in questa specifica fase. Se abbiamo fatto con convinzione questa scelta è stato perché la lista “Rivoluzione civile” si presenta con un programma importante, che riporta alcuni dei punti che noi oggi consideriamo imprescindibili, come la centralità delle questioni del lavoro o l’opposizione alle politiche reazionarie dell’Europa, governata dalla BCE e dagli speculatori finanziari. E’ molto importante per noi sapere di poter fare campagna elettorale anche questa volta senza rinunciare alle nostre idee sulla scuola pubblica, la smilitarizzazione dei nostri territori, l’antirazzismo, la salvaguardia dell’ambiente, le lotte contro sessismi e patriarcato, la difesa dei diritti civili e sociali e così via… il tutto rafforzando significativamente la lotta contro la mafia, il nostro nemico storico, oggi principale accumulatore capitalistico del nostro Paese. Sarebbe una straordinaria occasione persa svilire questa importante prospettiva candidando nelle nostre liste, per giunta come capolista, una persona orgogliosamente di destra, che incarna nei fatti e nelle idee tanto di ciò contro cui lottiamo. Sarebbe una scelta mortificante e politicamente senza senso. Ti chiediamo di scongiurare questa possibilità.

REPORT DELLA NOTTE del 10 – 11gennaio 2013

Riceviamo e diffondiamo

MUOS: la Sicilia ostaggio dei guerrafondaiREPORT NOTTE DEL 10-11 gennaio 2013: Niscemi INVASA da centinaia di forze di polizia.

Con inaudita violenza sono stati rimossi i blocchi dei manifestanti per il passaggio del convoglio con i mezzi per il montaggio delle antenne MUOS.

Alle 22,30 della sera del 10 gennaio é stato avvistato il convoglio con 4 camion e 2 gru della ditta COMINA scortati da numerosi reparti d’assalto di Polizia e Carabinieri lungo la Statale Catania-Gela. Il convoglio partito da Belpasso per evitare il transito attraverso la città ha proseguito lungo la SS115 per poi risalire da C.da Terrana a sud della base militare di Niscemi.

Alle ore 00.30 gli occupanti del presidio, situato a Nord della base per timore di non riuscire ad impedire il passaggio del convoglio si sono mobilitati e diretti in C.da Terrana.

Nelle stesse ore Niscemi veniva invasa da decine di truppe di Polizia e Carabinieri che hanno effettuato innumerevoli posti di blocco nei punti nevralgici di transito verso la base militare, non permettendo il passaggio delle persone, creando numerose difficoltà anche ai residenti che alle prime ore del giorno si recavano al lavoro.

Cio’ nonostante, numerosi attivisti e cittadini (allertati da internet e SMS) si sono recati in C.da Ulmo ma le forze di polizia schierate presidiavano tutti gli accessi ed hanno impedito a tutti di proseguire in direzione del convoglio, né di accedere al presidio di C.da Ulmo. Solamente gli attivisti che già si trovavano al Presidio di C.da Ulmo sono riusciti a raggiungere il convoglio in C.da Terrana.

All’1.30 del mattino, in C.da Gallo (al bivio tra il borgo di S.Pietro e Caltagirone) si è tenuto un primo blocco da parte del Comitato NO MUOS di Niscemi unitamente ad alcuni membri di altri Comitati che sono riusciti a sopraggiungere nel frattempo da altre città. Le forze di polizia in tenuta anti-sommossa hanno reagito duramente e con violenza. Hanno effettuato alcune cariche, ma nonostante l’impeto dei poliziotti i manifestanti sono riusciti a resistere ai blocchi sotto le manganellate per alcune ore.

La dinamica del blocco è stata estremamente dura, i manifestanti ripetutamente si opponevano con il corpo al passaggio dei mezzi pesanti in maniera pacifica, ma le forze dell’ordine, incitate dai capi dell’operazione, non rinunciavano ad utilizzare le maniere forti per rimuovere fisicamente gli attivisti con numerose cariche. Il convoglio alle 3.30 dopo ore di resistenza è riuscito a passare e a proseguire lungo la Strada Provinciale che porta alla base militare. Dopo aver superato il primo blocco alcuni reparti hanno impedito ai manifestanti di spostarsi per almeno un paio d’ore, assicurandosi che non riuscissero a raggiungere altri manifestanti che nel frattempo arrivavano dalla città.

Altri attivisti che arrivavano dalla Città sono riusciti a superare i posti di blocco e a raggiungere la Strada Provinciale in posizione utile per effettuare un presidio per impedire il passaggio del convoglio.

Alle ore 4. 00 circa nei pressi di C.da Vituso (lungo la S.P. Niscemi-Caltagirone) viene effettuato un secondo blocco stradale in maniera pacifica e civile. Nonostante che l’opposizione fisica dei manifestanti fosse del tutto serena, le centinaia di forze dell’ordine che scortavano il convoglio, anche questa volta non hanno esitato ad utilizzare le maniere forti per rimuovere fisicamente i singoli manifestanti.

Dunque, dopo ore di resistenza civile, il convoglio è riuscito alla fine ad accedere alla base militare intorno alle 4.30 scortato e protetto da centinaia di agenti di Polizia e Carabinieri.

Alle ore 5.30 i manifestanti sono riusciti a ritornare al presidio di c.da Ulmo ed hanno indetto un’assemblea immediata ed urgente, dopo un breve dibattito si è deciso di allertare ed informare la città di Niscemi del grave fatto accaduto. Alle ore 6.00 presso il Largo Spasimo si è tenuto un breve comizio rivolto ai niscemesi che si recavano al lavoro nelle campagne.

Il presidio di C.da Ulmo denuncia il grave fatto accaduto questa notte, un invasione armata da parte dello Stato ha di fatto impedito l’esprimersi del territorio. Con la forza lo Stato ha voluto impedire che la popolazione che ospiterà questa installazione decida se accettare o meno il prezzo da pagare in termini di salute, pace e inquinamento. “E’ un atto di prepotenza inaudita, che tuttavia non ci indebolisce” – dicono gli attivisti del presidio – “Il passaggio di questo convoglio non è una sconfitta ma l’inizio di una nuova fase della resistenza all’installazione del MUOS. Verrà probabilmente indetta a breve una grande mobilitazione per portare la questione alla ribalta nazionale”.

E’ convocata per domani 12 gennaio alle ore 15.00 un’assemblea generale del coordinamento regionale NO MUOS dove verranno decise le prossime mosse delle azioni di contrasto all’installazione.

Ore 8.35 – Presidio NO MUOS di C.da Ulmo

NO MUOS TREKKING

 

 

 

no muos trekking

Domenica 6 dicembre 2013 TREKKING NO MUOS
Un importante appuntamento promosso da associazioni escursionistiche di tutta la Sicilia che ha l’obiettivo di far conoscere la Riserva Naturale Orientata Sughereta di Niscemi, sito in cui è prevista la costruzione del MUOS. Una giornata nella natura in pieno stile NO MUOS, per la pace, contro la guerra e l’imperialismo

Partenza da Palermo info e adesioni
3290565115 – giovanicomunistipalermo@gmail.com

GRAMSCI, letture attuali di un pensatore marxista

SEMINARIO 7 10

Seminario di Formazione organizzato dai Giovani Comunisti della federazione di Palermo.

Programma degli incontri:

7 gennaio – ore 16.00

GRAMSCI E LA RIVOLUZIONE IN OCCIDENTE
Alberto Burgio – Direzione Nazionale PRC, Università degli studi di Bologna

8 gennaio – ore 16.00

LE INTERPRETAZIONI DI GRAMSCI NEL MONDO
Michele Filippini – Università degli studi di Bologna

9 gennaio – ore 16.00

IL CONCETTO DI EGEMONIA IN GRAMSCI
Pietro Maltese – Università degli studi di Palermo

10 gennaio – ore 16.00

GLI USI POLITICI DI GRAMSCI IN ITALIA OGGI
Francesco Giasi – Vicedirettore Fondazione Istituto Gramsci, Roma

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Suggerimenti bibliografici propedeutici al seminario:

– “Gramsci e la rivoluzione in occidente” di A.Burgio, Editori Riuniti, 1997
– “Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno” a cura di A.Burgio e A.Santucci, Derive Approdi, 2007
– “Gramsci globale. Guida pratica alle interpretazioni di Gramsci nel mondo” di M.Filippini, Odoya, 2007
– “Gramsci conteso. Interpretazioni, dibattiti e polemiche” (in particolare il capitolo XII) di Guido Liguori, Editori Riuniti Univ. Press, 2012
– “Da Gramsci a Marx. Ideologia, verità e politica” (in particolare l’ultimo capitolo dal titolo “Egemonia e verità sulla critica di Laclau a Gramsci”), Derive Approdi, 2009
– “Egemonia” di G.Cospito, in “Le parole di Gramsci. Per un lessico dei Quaderni del carcere” di F.Frosini e G.Liguori, Carocci, 2004
– “Ambiguità di Gramsci” di P.Anderson, Laterza, 1978
– “Gramsci e lo Stato. Per una teoria materialistica della filosofia” di C. Buci-Glucksmann, Editori Riuniti, 1976

Sono inoltre disponibili una selezione di passi dell’opera di Gramsci, utili al ragionamento sulle interpretazioni, fornita da Michele Filippini e un breve excursus sulla ricorrenza del lemma “egemonia” in Gramsci fornito da Pietro Maltese. Chiunque li desiderasse può scrivere qui (o in privato) il suo indirizzo e-mail o scrivere a giovanicomunistipalermo@gmail.com.

PALERMO presidio NO MUOS sabato 22 dicembre davanti la sede RAI

314116_493632180660771_1053479261_nSabato 22 dicembre con inizio alle ore 10.00, il Comitato di Base NO MUOS di Palermo promuove e organizza un presidio informativo davanti la sede regionale RAI di viale Strasburgo.

La manifestazione si rende necessaria alla luce della mancata attenzione da parte dei mezzi di comunicazione nei confronti di una mobilitazione popolare che cresce e si consolida sempre di più.

Vogliamo spiegare cos’è il MUOS e perché è necessario opporsi alla sua realizzazione. Vogliamo richiamare la classe dirigente siciliana e il presidente Rosario Crocetta alle loro responsabilità.

La lotta contro il MUOS – il sistema di radar satellitari che la Marina militare USA intende realizzare a Niscemi (CL) – non riguarda solo le popolazioni direttamente colpite dalla devastazione ambientale, sanitaria ed economica connaturata a questa micidiale infrastruttura bellica, ma rappresenta un prezioso laboratorio di democrazia diretta che ha sviluppato numerose iniziative sia a Niscemi che in tutta la Sicilia.

Dopo la grande manifestazione del 6 ottobre, animata da 4.000 persone, il Coordinamento regionale dei Comitati NO MUOS ha iniziato un presidio permanente nelle vicinanze della base militare per vigilare sui movimenti dei camion adibiti al trasporto della gru per l’installazione delle parabole del MUOS.

Già alcuni giorni fa, alcuni cittadini niscemesi hanno bloccato un camion che stava trasportando materiali per la base militare, e sono stati identificati dalla polizia.

Lo scorso 8 dicembre circa un migliaio di manifestanti sono tornati in piazza a Niscemi per tenere alta l’attenzione sulla lotta, ma sono stati ignorati – ancora una volta – dalle principali testate giornalistiche.

Per consolidare l’esperienza del presidio permanente in vista delle future iniziative di lotta, il Coordinamento regionale NO MUOS lancia un NATALE RESISTENTE A NISCEMI con le seguenti iniziative per la pace e la difesa della Sughereta, riserva naturale di interesse comunitario:

– Allestimento del Presepe NO MUOS contro le antenne inquinanti e le guerre, visitabile dal 22 Dicembre

– Cena natalizia di solidarietà NO MUOS il 25 Dicembre

– Capodanno resistente con festa e concerto di autofinanziamento, falò e carciofata il 1° Gennaio

– Escursione nella sughereta NO MUOS promossa da diverse associazioni ambientaliste il 6 Gennaio

– Lancio della campagna nazionale per una sottoscrizione popolare finalizzata all’acquisto del terreno del presidio permanente

I cittadini, le realtà associative, le forze sociali e politiche impegnate in questa lotta vogliono coinvolgere tante persone e anche gli operatori dell’informazione per far vedere direttamente e da vicino i danni provocati sull’eco-sistema dalle 41 antenne militari, già funzionanti, e dalle parabole satellitari in costruzione.

NO AL MUOS, NO ALLA GUERRA, VIA LE BASI USA DALLA NOSTRA TERRA!

Da http://www.facebook.com/events/223124057821675/?ref=22

I Giovani Comunisti per un’uscita a sinistra dalla crisi economica e politica

Le elezioni siciliane consegnano un quadro preoccupante dello scenario politico attuale. In un momento in cui la crisi si fa più forte e di pari passo si alza il livello dello scontro portato avanti dalla borghesia padronale e finanziaria, il governo risponde con misure ingiuste che colpiscono chi sta peggio e puntano a disegnare uno scenario di privazione di diritti per chi lavora e una complessiva ridefinizione dei rapporti sociali in senso antiegualitario. Tutto ciò avviene sotto lo spauracchio dello spread, del debito pubblico e dei mercati come entità sovrannaturali da accontentare utilizzati dai centri di comando delle istituzioni sovranazionali europee per imporre tagli senza precedenti alla spesa pubblica con l’obiettivo di garantire contributi sempre più numerosi e sempre più ingenti a banche e imprenditori.

La politica nel suo complesso sembra paralizzata nella dicotomia che oppone l’ambigua maggioranza che sostiene il governo Monti e le forze che, da posizioni diverse, si oppongono allo scenario attuale venendo prontamente bollate come estremiste o populiste. A questo si aggiunge la percezione sempre più diffusa dello scollamento tra un ceto politico che punta unicamente a riprodurre se stesso configurandosi come casta economicamente superiore ed estranea e la massa dei lavoratori stabili e precari e dei sempre maggiori disoccupati sempre più costretti a vivere alla giornata. Ne deriva una preoccupante disaffezione alla politica e una più generale crisi della democrazia rappresentativa utile alla comprensione del dato siciliano. L’altissima astensione (il 52,6% degli aventi diritto non si è recato alle urne) è l’espressione più chiara di questo sentimento; il “voto di protesta” al Movimento 5 Stelle ne è l’altra faccia.

Queste elezioni segnano la conferma e la legittimazione di un blocco di potere formatosi già da tre anni all’interno dell’Assemblea Regionale e basato sull’alleanza tra il Partito Democratico e le forze centriste e autonomiste che, in piena continuità con il modus operandi cuffariano e in contiguità con la borghesia mafiosa, hanno fatto della gestione clientelare del potere il triste marchio di fabbrica che ha portato alla paralisi economica e sociale dell’isola. Lo stesso Crocetta, personalità apparentemente estranea a queste logiche, se vorrà avere i numeri per governare sarà costretto a cercare il compromesso al ribasso con i partiti di Miccichè e Lombardo. Una “vittoria di Pirro” quella del Pd siciliano, che perde decine di migliaia di voti e lascia fuori dal parlamento molti nomi noti; anche il centro-destra ne esce ridimensionato, nonostante il crollo più evidente in termini percentuali (quello del Pdl che passa dal 33% al 13%) sia parzialmente spiegabile con le scissioni di Fli, Grande Sud e con la migrazione di molti ex-berlusconiani nel Pid di Saverio Romano.

Se i partiti di governo piangono con un occhio, la sinistra non può ridere. Le liste che appoggiavano Giovanna Marano restano entrambe sotto lo sbarramento e in particolare il dato della lista unitaria Fds – Sel – Verdi preoccupa in misura maggiore fermandosi al 3,07% (circa 59.000 voti). L’esperimento politico che sarebbe potuto diventare dirimente per sciogliere il nodo relativo alle alleanze per le elezioni 2013, naufraga essenzialmente per due ordini di motivi: prima di tutto il “caso Fava”, ossia la vicenda che portato all’esclusione di un candidato presidente la cui presenza in questa battaglia elettorale lasciava presagire riscontri positivi; in secondo luogo, ma a monte, l’ostinata volontà di Italia dei Valori di correre con il proprio simbolo. A questi si aggiunge ufficializzazione della partecipazione alle primarie da parte di Nichi Vendola, evento che evidenzia l’esistenza di due progetti politici radicalmente alternativi all’interno della lista, incrinandone in maniera definitiva la credibilità.

All’interno di questo risultato non si può nascondere come il dato di Rifondazione Comunista sia fortemente negativo. La somma delle preferenze ottenute dai nostri candidati non arriva alle 12.000 unità (complessivamente il 24% dei voti di preferenza espressi per i candidati della lista) e questi arrivano primi esclusivamente nei collegi di Catania, Agrigento ed Enna. La lista, come si diceva, è percepita come un cartello elettorale puro e semplice che non assume nell’immaginario collettivo dei siciliani il ruolo di soggetto politico di riferimento; l’aggregato, infatti, non vive di vita propria sia per la mancanza di una forte candidatura che la rappresenti (come accadeva nel 2008 con Rita Borsellino capolista) sia per la battaglia interna sulle preferenze che porta i soggetti organizzati a dover lavorare sul rispettivo candidato e non sul progetto politico. Sembra, così, sparire uno spazio politico a sinistra del Pd, risucchiato dall’ondata grillina che, almeno in Sicilia, attinge prevalentemente in un elettorato di sinistra.

Proprio sull’exploit del Movimento 5 Stelle bisogna cominciare a riflettere; un risultato possibile soprattutto grazie all’imponente campagna mediatica costruita intorno al fenomeno Grillo, ma che cresce con l’uso di strumenti e tecniche delle quali evidentemente non abbiamo una padronanza sufficiente. Questo voto di protesta contribuisce al rafforzamento di un movimento politico caotico nel quale convivono spinte populiste, velleità iperdemocratiche, ma anche momenti di critica avanzata al sistema capitalistico con posizioni e in termini simili ai nostri. La critica ai costi della politica e all’immoralità della Casta, pur partendo da premesse da noi condivise, sfocia in proposte difficilmente sostenibili con le quali, nostro malgrado, siamo e saremo costretti a confrontarci. Allo stesso modo la sperimentazione sul territorio di movimenti civici di questo tipo, ma con una chiara collocazione a sinistra, porta materiale utile alla revisione complessiva delle nostre capacità comunicative. Il linguaggio, le “parole chiave” e i canali per veicolarle devono essere in questo momento al centro della strategia del partito, sullo stesso piano dei contenuti, pena la già scontata esclusione dal dibattito politico, dai mezzi di comunicazione e in ultimo dall’orizzonte politico dell’elettorato.

Partendo da queste considerazioni si arriva immediatamente alla rilevanza del problema elettorale in vista delle elezioni politiche previste per la prossima primavera. Se da un lato la costruzione di un fronte a sinistra del Pd è la proposta più convincente, l’appiattimento di Sel sul Pd e il “congelamento” della Federazione della Sinistra disegnano i contorni di un’alleanza che dovrà collocarsi addirittura a sinistra delle organizzazioni che stanno lavorando sull’appuntamento delle primarie del centro-sinistra, e quindi Fiom, Alba, Sindacati di base, “sindaci” e quello che resta di un’Idv sempre più destinata al collasso. Le primarie, infatti, delineano un perimetro all’interno del quale Rifondazione Comunista non potrà collocarsi in nessun modo, non soltanto perché queste appiattiscono il dibattito politico sulle personalità in corsa e non sui contenuti e sulle proposte politiche, ma soprattutto perché concretamente impongono, con la Carta d’Intenti, alla coalizione e a colui che la guiderà un percorso obbligato in piena continuità con il governo Monti.

Lo spazio politico della nostra alleanza dovrà essere, quindi, quello dell’opposizione a Monti e alle politiche del più autentico neoliberismo. E il collante non dovrà essere più l’unità “ad ogni costo” per battere le destre o per superare gli sbarramenti, ma la centralità dei temi del lavoro. I protagonisti delle lotte dovranno trovare rappresentanza in parlamento e costruire un’opposizione di sinistra (che potrà anche, tatticamente, dialogare con i grillini che approderanno in parlamento). Per fare questo, però, Rifondazione Comunista deve riuscire a uscire dall’appiattimento sulla tattica elettorale; non perché le elezioni non rappresentino un momento rilevante (al contrario, queste, per i comunisti rappresentano un passaggio fondamentale), ma perché soltanto svincolandosi da questa logica si potrà evitare di dare alle elezioni la carica di momento discriminante sull’esistenza o meno del Partito.

Fondamentale sarà, quindi, lavorare su contenuti e interlocutori. Su cosa dire e a chi dirlo. I Giovani Comunisti, esprimendo gran parte del corpo militante del Partito, dovranno essere la punta più avanzata di un nuovo modo di porsi del partito. Si dovranno recuperare, prima di tutto, i legami con il mondo del lavoro (operaio, autonomo, precario) e del non-lavoro; riaggiornando i parametri del nostro intervento politico a partire da una nuova conoscenza delle realtà e dei soggetti sociali di cui ambiamo ad essere rappresentativi. Si dovrà lavorare certamente per aumentare il radicamento territoriale del Partito, perché è innegabile anche a partire dal dato elettorale che questo sia uno strumento ineguagliabile per la creazione di consenso. Si dovrà aprire un confronto più incisivo con le giovani generazioni, per capire in che direzione si muove il cambiamento continuo della società.

È in questo quadro che assumono una rilevanza decisiva le mobilitazioni previste per il 14 (sciopero generale Fiom e Sindacati di base) e per il 16 novembre (Giornata internazionale dei diritti dello studente) all’interno delle quali risulta imprescindibile la presenza dei Giovani Comunisti. In particolare la prima, per i soggetti politici promotori e per i settori di società che metterà in campo, sarà un primo momento aggregativo per lanciare contemporaneamente i contenuti radicali della nostra proposta politica e lo schieramento fisico con cui farli vivere. Saremo quindi tutti impegnati per la riuscita di questa manifestazione, la cui portata va oltre i semplici “numeri” del corteo.

Allo stesso modo, non tralasciando il tema fondamentale dell’Antifascismo, vediamo come fondamentale la partecipazione all’incontro previsto per venerdì 9 (ore 16.30 – Aula Seminari della Facoltà di Lettere) con il Presidente Nazionale dell’ANPI Carlo Smuraglia a cui la stessa associazione ci ha chiesto di contribuire all’organizzazione. In un momento in cui i movimenti di estrema destra alzano il livello dello scontro riuscendo a penetrare senza difficoltà tra gli studenti e i giovani in genere, riteniamo essenziale il ruolo che come Giovani Comunisti possiamo svolgere già a partire dal piano simbolico per dare un segnale ad un paese nel quale è ormai possibile che anche un partigiano venga cacciato dall’assemblea d’istituto di un liceo al grido «noi non siamo né di destra né di sinistra».

Giovani Comunisti – Palermo

La rivoluzione, la chiede l’Europa!

“Lo chiede l’europa!”, è una formuletta magica che alcuni mesi a questa parte ricorre di continuo. Un diversivo, una distrazione per  mandar giù la pillola amara. L’abbiamo sentita pronunciare a Bersani quando è caduto l’ultimo Governo Berlusconi, a Napolitano quando con funamboliche operazioni di palazzo è riuscito a far diventare Mario Monti presidente del Consiglio, un perfetto sconosciuto per gran parte degli italiani, uno di cui fidarsi per i poteri forti della Banca Centrale Europea. La stessa frase l’abbiamo sentita dire al ministro Fornero quando debuttò con la sua riforma delle pensioni con tanto di lacrime e quando abolì l’articolo 18, a Passera quando ci delizia con le sue apologie della TAV (forse unico sostenitore della tav rimasto in europa), a Monti stesso per il fiscal compact, il pareggio di bilancio in costituzione e per la privatizzazione di tutti sevizi pubblici locali. Tutto ciò, è  sempre bene ricordarlo, col benestare di PD, PDL e UDC. Insomma, questa Europa è davvero trasversale, dal pd al PDL passando per Fini, Casini e Rutelli, tutto l’arco parlamentare fa un passo indietro per accogliere a braccia aperte i professoroni mandati dall’Europa. Ma questa Europa di cui tutti parlano chiè? Che cos’è? Cosa dice? Sembra quasi un’entità divina di cui Monti, Passera, Fornero e compagni sembrano essere profeti e intermediari col compito di intercedere con la divinità al fine di assolvere dalle malefatte i popoli peccatori,ops, debitori. Già,debitori, perché questa divinità che tutto può è l’Europa della Banca centrale, è l’Europa delle agenzie di rating che hanno in mano  controllo della vita e della morte di un popolo, è l’Europa delle grandi società finanziarie e degli speculatori. È l’Europa del Fondo Monetario Internazionale, è l’Europa del G8,è l’Europa del capitalismo.

Di fronte abbiamo solo un grande blocco di potere che si serve di quante più formazioni politiche possibile per essere  forza egemone, é contro queste forze che oggi i comunisti e la sinistra tutta sono chiamati porre in essere un’offensiva tenace e intransigente. La sinistra stessa deve essere in grado di liberarsi dalle briglie del sistema capitalistico e proporsi come alternativa radicale allo stato delle cose. In una società disgregata e formata da individui alienati l’uno dall’altro che si incontrano sul posto di lavoro, a scuola, all’Università e per strada solo per difendere la propria mollica di libertà concessa dal sistema, poca, quella che basta per fartela piacere e renderti ricattabile, la guerra tra poveri è servita. Bisogna ricompattare e organizzare un blocco sociale formato da lavoratori, precari, disoccupati, studenti e migranti per avviare un percorso di lotta e partecipazione che faccia sentire ogni soggetto protagonista della propria vita, parte di una comunità artefice di una rivoluzione possibile. Nessuno si senta escluso. Partendo dalla critica al modello di sviluppo capitalistico, una generazione deve immaginare un sistema basato sul lavoro libero dal profitto sulla formazione pubblica, laica e democratica, sulla solidarietà e la sostenibilità ambientale e sociale. C’è un’Europa diversa, l’Europa dei popoli, quella che non si vuole piegare ai ricatti dei poteri forti, quella che dice che il debito appartiene alle banche, alla finanza e agli speculatori , vogliamo  mettere in campo quotidianamente forme di resistenza e di lotta collettiva capaci di trasformare il presente. Vogliamo la Rivoluzione e quando qualcuno ci chiederà il perché noi risponderemo” la chiede l’Europa!”

Paolo Toro, Giovani Comunisti/e  Palermo

Governo Monti e neoliberismo: continua la guerra santa contro il lavoro

Sono passati 10 mesi dall’insediamento del governo “tecnico” guidato da Mario Monti che avrebbe dovuto “salvare”  l’Italia dall’attacco della speculazione internazionale riducendo il debito pubblico e addomesticando l’ormai famigerato spread.  Un arco di tempo più che sufficiente per trarre un bilancio che non può che essere  negativo. Le industrie chiudono, l’artigianato e l’agricoltura sono in ginocchio, i licenziamenti si susseguono senza tregua da nord a sud, mentre la disoccupazione di massa e le nuove povertà stanno diventando elementi strutturali della nostra economia (per la cronaca: il debito pubblico è aumentato e lo spread non è mai andato al di sotto dei livelli di guardia).

Inutile girarci intorno, la cura dei professori peggiora la malattia perché è fondata sull’idea che si possa uscire dalla crisi con le stesse ricette e le stesse fallimentari  politiche economiche che in questa crisi ci hanno trascinato. Per decenni le classi dominanti, i governi e le istituzioni europee che di queste classi sono espressione, ci hanno raccontato che i veri ostacoli allo sviluppo economico andavano ricercati nella eccessiva rigidità del mercato del lavoro e nella sostanziale insostenibilità dei costi di mantenimento dello stato sociale (da qui anche l’aumento del debito sovrano ecc. ecc.). Si tratta di un punto di vista ideologico e privo di qualsiasi riscontro empirico, se non altro perché paesi come Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna, che storicamente si sono contraddistinti per uno stato sociale minimo e una spesa sociale pro-capite irrisoria, sono anch’essi alle prese con debiti pubblici stratosferici e una crisi economica senza precedenti. In Italia, i governi che si sono succeduti negli ultimi 30 anni, pur con qualche impercettibile differenza stilistica, sono stati tutti politicamente e culturalmente subalterni al neoliberismo e ai suoi indimostrati teoremi.

 Sulla base di questi dogmi, religiosamente e acriticamente interiorizzati, anche da chi avrebbe dovuto contrastarli, sono stati varati provvedimenti (dall’abolizione della Scala Mobile, passando per il Pacchetto Treu, la Legge 30 , fino alla recente manomissione dell’art.18 dello Stat.dei Lav.) che si ponevano come obiettivo di fronteggiare la concorrenza, in un contesto di libero mercato, facendo leva sulla compressione salariale e sulla intensificazione dei ritmi di lavoro. E’ in questo contesto che vanno collocati i provvedimenti volti ad innalzare l’età pensionabile, a ridurre le pause (attraverso la contrattazione aziendale in deroga)  o il proliferare di contratti atipici pensati e concepiti ad uso e consumo degli sfruttatori di turno.

 A causa di queste controriforme negli  anni si è realizzato il più grande spostamento di ricchezza dalle tasche dei lavoratori a quelle di coloro detengono profitti e rendite. Oggi, il progressivo impoverimento del mondo del lavoro, causato dalla progressiva erosione del potere d’acquisto di salari e pensioni, ha provocato un crollo verticale della domanda di beni e servizi, tale da mandare in tilt lo stesso  meccanismo di accumulazione capitalistica.

 Ecco perché oggi, l’organizzazione di un fronte comune delle lavoratrici e dei lavoratori contro le politiche di austerità ( e non solo contro i singoli provvedimenti contro il mondo del lavoro) diventa precondizione per prospettare una via d’uscita di sinistra dalla crisi. Non è possibile difendere il lavoro rimanendo all’interno del recinto neoliberista, così come non è possibile uscire dal neoliberismo senza mettere il lavoro al centro di una lotta generale per il progresso civile e sociale del nostro paese. E’ questa la più importante intuizione della Fiom, che non a caso viene ripetutamente accusata di “fare politica” da chi ha tutto l’interesse a separare il tema del lavoro da quello dell’economia e dei diritti. E’ evidente che il Capitale vuole riappropriarsi di quanto ha dovuto concedere al mondo del Lavoro durante il secolo scorso sotto la spinta delle mobilitazioni operaie. Questo tentativo di riappropriazione ha ad oggetto  i redditi, i diritti, le leggi e la stessa Costituzione, recentemente piegata nella sua ispirazione solidaristica dall’introduzione del  principio monetarista del pareggio di bilancio.

In gioco, insomma, c’è la stessa democrazia. Ecco perché oggi, la sinistra e i comunisti hanno il dovere non solo di resistere (bene la promozione dei quesiti referendari su art.18 e art.8), ma di promuovere  la più ampia offensiva politica, culturale e sociale nei confronti del libero mercato e dei suoi apologeti. Solo attraverso la sistematica messa in discussione dell’ideologia dominate potremo contribuire a costruire, insieme a tutto il variegato mondo dei movimenti sociali e della sinistra anticapitalista, un orizzonte politico all’altezza della sfida e dello scontro cui saremo chiamati. Il neoliberismo non è emendabile, o lo si serve o lo si sovverte, chi cerca ancora terze vie è un illuso, oppure è in malafede.

Alessandro Gambino, PRC Palermo